Kdallasteppa: la fotografia condivisa di Francesco Capaccioni
Fotografo, esploratore e narratore visivo. Il percorso di chi ha scelto incertezza e passione per riscoprire la felicità attraverso la lente
C’è chi cerca la sicurezza, e chi sceglie la vita. Francesco Capaccioni, conosciuto online come Kdallasteppa, appartiene alla seconda categoria: quella dei sognatori che si spingono oltre il confine dell’abitudine per trovare, nel viaggio e nella luce, la propria forma di libertà.
Nato nel 1993 in un piccolo paese dell’Umbria, al crocevia tra tre regioni, Capaccioni non aveva programmato di diventare fotografo. Fino ai ventiquattro anni voleva scrivere. Le parole erano la sua prima lingua, la poesia il suo rifugio, e la lettura di autori come Hermann Hesse lo accompagnava nella ricerca di un senso.
Il suo nickname, infatti, nasce proprio da lì: “Capa”, come lo chiamavano tutti, unito al titolo del suo libro preferito, ‘Il lupo della steppa’. Così è nato kdallasteppa, un nome che oggi è diventato sinonimo di autenticità e bellezza vissuta.

La fotografia, all’inizio, è arrivata per caso o forse per destino. In occasione della laurea in tecniche di radiologia medica, Capaccioni riceve in regalo una reflex, una Nikon D3200. È il suo primo vero strumento di esplorazione visiva.
Da quel momento, tutto cambia.
Inizia a formarsi da autodidatta, tra corsi online e notti passate a comprendere le logiche della luce e delle ottiche. Ma capisce presto che la teoria non basta: serve uscire, vivere, osservare.


Sono gli anni d’oro di Instagram, e Francesco si impone una regola semplice ma rivoluzionaria: pubblicare ogni giorno una foto.
Quel gesto quotidiano lo costringe a guardarsi intorno, a riscoprire i paesaggi dell’Umbria, le colline, la nebbia, i tramonti, le strade di campagna. Ogni scatto è una piccola confessione visiva.
“Era come scrivere con i colori”, racconta. Col tempo, l’arte delle parole passa in secondo piano, ma non sparisce: si trasforma. La macchina fotografica diventa la sua penna, la luce il suo inchiostro.
Un episodio segna una svolta: un amico lo trascina in montagna dopo una delusione amorosa. Francesco non era mai salito oltre i cinquecento metri, ma quel contatto con l’altitudine gli cambia la prospettiva, in tutti i sensi.
La natura diventa la sua prima maestra e da lì nascono le prime collaborazioni, i viaggi con enti turistici, le connessioni con altri creativi. Nel frattempo, continua a lavorare in ospedale, in radioterapia, a Modena.
Ma qualcosa dentro di lui si muove, lentamente, come un vulcano che si prepara all’eruzione. Il contatto con la sofferenza gli fa comprendere l’urgenza del tempo:
“Mi fece capire che non avevo tempo di fare quello che non mi andava di fare”. Quando il fuoco della fotografia torna a bruciare più forte, decide di ascoltarlo. Lascia il posto fisso, la sicurezza, il contratto e si butta nel vuoto; e scopre che quel vuoto era, in realtà, libertà.


Nelle sue fotografie c’è qualcosa di profondamente pittorico. La sua ispirazione arriva dalla pittura romantica dell’Ottocento a Caspar David Friedrich, ma anche ai registi che ama: Villeneuve, Lynch, Snyder.
Nei suoi scatti, la luce è sempre una rivelazione, una presenza che svela il senso nascosto delle cose. Ogni paesaggio diventa uno specchio dell’anima, ogni viaggio una forma di introspezione.
Il suo obiettivo non è semplicemente “fare foto belle”, ma raccontare quanto basta poco per raggiungere la bellezza, quanto faccia bene scoprirla e condividerla.
Negli anni, la sua community cresce, lo segue nelle sue esplorazioni, nei suoi racconti visivi e nei video in cui unisce immagine e parola. La scrittura ritorna, ma in una forma nuova: più profonda, più meditativa. Oggi Francesco utilizza i social come un diario di viaggio condiviso, un luogo in cui mostrare come esplorare il mondo significhi anche esplorare se stessi.
Da quando ha lasciato l’ospedale, non ha mai smesso di lavorare, ma la differenza è che ora ogni progetto nasce da un incontro umano, da una connessione autentica.
“Non ho mai cercato lavoro, ma da quando mi sono licenziato non ho mai smesso di lavorare”, dice.
I suoi sogni guardano lontano: la Patagonia, zaino in spalla, senza biglietto di ritorno. O ancora il Giappone, da attraversare in van per raccontare le zone più remote e silenziose del Paese. Ma non ha fretta. Sente che ogni progetto arriva al momento giusto, che la vita lo sta guidando.
Oggi il suo obiettivo è anche condividere il proprio percorso con gli altri, attraverso workshop che insegnano non solo a fotografare, ma a trasmettere ciò che si sente, a usare i social non come maschera, ma come strumento di conoscenza.


La storia di Francesco Capaccioni è quella di chi ha avuto il coraggio di rompere il vaso troppo stretto, di lasciare spazio alle radici per crescere altrove.
È la testimonianza che la creatività non è una fuga, ma un ritorno: al proprio sentire, alla propria autenticità.
Ogni suo scatto è un invito a rallentare, a guardare meglio, a ricordarsi che la felicità, quella vera, non si trova nei piani, ma nei momenti in cui si decide di seguire il proprio fuoco. Perché, come scriverebbe Hesse:
“Solo chi è pronto a partire può davvero ritrovarsi”.





