Jonas Søndergaard, guardare oltre: ciò che le parole non dicono
Con i suoi ritratti, il fotografo danese esplora la vulnerabilità e la complessità della giovinezza, catturando emozioni reali e storie intime che spesso rimangono invisibili
Nato a Roskilde, in Danimarca, nel 2001, Jonas Søndergaard si è avvicinato alla fotografia quasi per caso, ispirato dalla sorella maggiore che, da ragazza, aveva seguito un corso di fotografia cinematografica e aveva sperimentato la stampa in camera oscura.
Quella curiosità si è presto trasformata in passione: dopo il primo anno di liceo, Jonas ha acquistato la sua prima macchina fotografica, una Canon 70D, che non molto tempo dopo ha scambiato con una 6D usata.

In quel momento si è sentito pronto a conquistare il mondo.
Da circa sette anni la fotografia è il suo linguaggio privilegiato. Oggi vive a New York, dove lavora come assistente di un fotografo di ritratti mentre porta a termine i suoi studi presso la Scuola Tecnica di Copenaghen.




All’inizio della sua carriera, scattare era soprattutto un modo per passare il tempo con gli amici e documentare la quotidianità condivisa. Con il tempo, però, Jonas ha iniziato a percepire la fotocamera come uno strumento capace di andare oltre: un mezzo per toccare corde più profonde nelle persone che incontrava.

Ha scoperto che chiunque si trovi davanti all’obiettivo reagisce in modo disarmante, rivelando lati inaspettati di sé, e la stessa cosa accade anche a lui.
In quei momenti, improvvisamente, tutti diventano vulnerabili: ci si espone, affidandosi alla sensibilità di chi sta dietro la macchina fotografica e rinunciando al pieno controllo della situazione.
Se inizialmente quella responsabilità lo intimoriva, col tempo Jonas ha compreso che proprio lì risiede la forza della fotografia: la possibilità di raccontare storie, non solo dei soggetti ritratti ma anche di se stesso. Storie che solo lui può narrare.
Questa consapevolezza ha segnato un punto di svolta: la macchina fotografica ha smesso di essere solo un gioco sociale, trasformandosi in un mezzo di espressione profonda, capace di rivelare vulnerabilità, intimità e nuovi modi di raccontare sé stessi.
Per Jonas, che si definisce introverso e poco a suo agio con le parole, la fotografia è diventata il canale espressivo che gli ha permesso di mostrare ciò che non riusciva a comunicare diversamente. Nel tempo, si è trasformata in qualcosa di personale e irrinunciabile.

Negli ultimi anni, Søndergaard ha trovato una direzione precisa: raccontare le difficoltà e la fragilità dell’adolescenza, quel senso di non appartenenza e il coraggio necessario per essere sé stessi.
Le sue immagini cercano di restituire quella vulnerabilità che lui stesso riconosce come parte fondante della propria esperienza. Per farlo, colloca spesso i giovani in contesti crudi, autentici, oppure in atmosfere sospese e sognanti.
Le sue ispirazioni spaziano dalla sincerità ruvida di Justine Kurland e Mike Brodie alle visioni più legate alla moda di Gabriel Moses e Tyler Mitchell. In comune con tutti loro c’è l’interesse per un ritratto onesto della giovinezza.




Il suo obiettivo è chiaro: creare qualcosa di cui essere orgoglioso, personale e fedele alla sua identità. E forse, un giorno, le sue immagini potranno far sentire qualcuno visto, o risvegliare un senso di accettazione o di nostalgia.
Tra i suoi sogni futuri ci sono progetti a lungo termine che potrebbero concretizzarsi in un libro o in una mostra. Nel frattempo, ogni scatto è un passo avanti nella ricerca di una voce personale: quella di un fotografo che, attraverso la lente, impara a raccontare il mondo e se stesso.




