Mattia Cirilli: sessualità artificiali e fragilità reali
Il giovane regista in conversazione con Not Yet propone la sua visione del presente e del cinema contemporaneo riprendendo i suoi cortometraggi ‘Insalata di mare’, ‘By Sex’ e ‘L’amore di un figlio’
Collegandosi in chiamata con Mattia Cirilli, giornalista per Not Yet e regista (classe 2001) dei tre cortometraggi attualmente presenti in diversi festival ‘L’amore di un figlio’ (che ha vinto dei premi al Sikania film festival e ad Aquicorto), ‘Insalata di mare’ e ‘By Sex’, si è accolti da una particolare foto profilo: una sua immagine da bambino con in mano una pistola giocattolo. Forse condizionato dall’aver visto di recente i lavori di Mattia, ho pensato immediatamente a Michel Piccoli in ‘Dillinger è morto’, anch’egli impegnato a giocare con un’arma proprio come in quella foto. Il fatto che poco dopo ci siamo trovati a parlare del film in maniera organica al discorso è sintomatico del fatto che più che una vera intervista, la nostra ora e mezza di conversazione andava trascritta proprio come tale: una dialogo fra persone dagli interessi comuni, spaziando da considerazioni sulla fragile mascolinità odierna fino al ruolo della tecnologia nel mediare la fruizione di intrattenimento sessuale, utilizzando i testi e i lavori di Mattia Cirilli per riflettervi ulteriormente.
Volevo partire dall’inquadrare la tua duplice carriera sia da giornalista che da creativo. Ho letto un tuo articolo riguardo le porte chiuse del cinema italiano e la difficoltà per artisti emergenti di affermarsi: qual è la tua esperienza come regista e scrittore? Ed in più, il corto ‘L’amore di un figlio’ nasce da queste esperienze di vita circa la difficoltà ad entrare nel mondo della cultura?
C’è molta diffidenza in generale. Da un lato è quasi un istinto naturale, dall’altro è anche proprio una logica che ormai ci portiamo dietro da tanto tempo. Io non sono affatto convinto della retorica del merito: la cosa più importante non è tanto il curriculum quanto “andare alla partita di calcetto”. È per quello che le porte in molti settori, quello del cinema e del giornalismo in primis, sono un po’ chiuse, perché appunto vige questa regola non scritta del doversi fare spazio con le conoscenze, con l’ambizione personale. La chiusura del mondo culturale è qualcosa che un pochino ti lascia lacerato. Mi piace l’associazione tra ‘L’amore di un figlio’ e questo discorso più ampio, perché le metafore genitoriale e familiare per me sono qualcosa di più grande.

Ho letto un altro tuo pezzo nel quale parli del cinema di Martin McDonagh e della sua “guerra dei sessi tutta ideologica.” Io questo l’ho trovato molto in linea con la scrittura dei personaggi maschili di tutti e tre i corti, può essere che l’idea fosse maturata nel guardare il cinema del regista irlandese?
In parte affonda nella mia vita personale: non sono mai stato il maschio alfa, ho sempre vissuto male la mia mascolinità, nel senso che mi sento uomo testosteronico come lo si intende generalmente. Negli anni ho saputo coltivare la mia parte femminile, è quella che poi ha portato avanti il progetto di ‘By Sex’. Il grande problema del maschio, che poi ovviamente è collegato anche alla visione di McDonagh e di altri registi, è culturale ed ha radici molto più antiche di quanto si pensi: mentre la donna ha avuto poi l’opportunità di dibattere su e lottare per la propria identità, l’uomo è rimasto fermo e quindi adesso che il suo privilegio si è degradato, si trova in difficoltà perché non ha strumenti. Infatti in ‘By Sex’ è quello che ho cercato di fare in maniera goliardica col ridicolo…
Già solo la scelta musicale dei FUCKYOURCLIQUE in ‘By Sex’ è una dichiarazione d’intenti…
Sì, sono proprio soddisfatto di averli inclusi perché ho avuto l’opportunità di confrontarmi direttamente con loro e fargli vedere il lavoro, che gli è piaciuto al punto che mi hanno dato la benedizione per usare ‘MI PIACE’. Ci tengo tanto perché per me è importante con ‘By Sex’ andare oltre certi limiti sia linguistici che contenutistici. Vorrei molto entrare a gamba tesa dentro le questioni, cercare proprio di non farmi problemi. Magari anche dando un po’ noia con certi temi: quando riguardo le scene di violenza sulla protagonista mi danno parecchio fastidio, un po’ mi vergogno di quello che ho girato e mi dico: “Oddio, davvero ho avuto la possibilità di pensare queste cose?”. Però poi mi rendo conto che questo è il modo di sviscerare il problema e di poterne poi discutere in maniera critica e costruttiva.


Partiamo a monte: da dove e in che ordine nascono i tre corti? Nascono come trilogia?
Ci hai preso sulla trilogia riguardo ‘Insalata di mare’ e ‘By Sex’, però manca il terzo capitolo. ‘L’amore di un figlio’ è un discorso a parte: è la mia opera prima ed è molto legato alla mia storia personale. Riguarda il rapporto complesso tra genitori e figli. Ho un bellissimo rapporto con i miei, però sono molto apprensivi, molto affettuosi e ci sono state delle volte in cui ho realmente pensato: “Mi serve un gesto forte che gli faccia capire quello che sto cercando di dirgli” – discorso che si ricollega alla questione lavorativa di cui parlavamo prima. Cioè, ci sono quei momenti in cui sei talmente frustrato perché non riesci ad ottenere nulla con il dialogo che vorresti fare qualcosa di davvero folle per affermare la tua voce. A una certa mi son detto: “Basta perdere tempo, tanto gli aiuti non arrivano aspettandoli, facciamolo noi” e me lo sono autoprodotto. Invece, per quanto riguarda ‘By Sex’ e ‘Insalata di mare’ sono parte di una trilogia ideale che ha come tema il problema del maschio, ma allo stesso tempo anche il legame con la tecnologia, perché i rapporti malati e autoreferenziali si riversano nella cultura digitale. Lo si vede nei corti dall’attenzione posta sugli schermi, ma anche dalla canzone dei FUCKYOURCLIQUE, che sono un gruppo che ha sempre come riferimento il mondo di internet. Questa psicosi non ha radici nel web, ma essendo questo uno strumento democratico, allo stesso tempo nasconde e mostra grandi perversioni. Poi si cerca sempre di mettere più filtri possibili, ma basta un attimo per trovare la falla e tutta quella perversione viene a galla. Per entrambi i corti, infatti, ho preso ispirazione soprattutto da storie che ho letto su Reddit.


Miniera d’oro dell’orrore.
Sì è allucinante, come X: è impressionante come basti digitare una parola e si apra un universo della perversione che è fuori di testa. Queste cose le ho volute ovviamente sfruttare: tutto il mondo dell’orrore, dell’essere esagerati e diretti mi piace molto, quindi mi sono informato a riguardo. Posso dire che è una realtà che andrebbe notata, perché si autoalimenta di giorno in giorno e lasciandola inosservata finisce per condizionarci nella vita reale, come ho cercato di mostrare in ‘Insalata di mare’. La forza di quel corto è che i protagonisti sono a una cena di pesce, che presuppone un codice elegante – magari è un primo appuntamento con una persona con la quale devi usare un codice morale e linguistico preciso –, però nel momento in cui entra in gioco la tecnologia quei codici si vanno a perdere perché essa rimuove i filtri. È proprio lì che sta la falla: avere la possibilità di usare un grande strumento come l’intelligenza artificiale però non avere più il codice morale per farlo; questo fa sì che poi il problema si amplifichi e diventi in ‘Insalata di mare’ assurdo, grottesco, un po’ da commedia nera.

Ho notato, nei tuoi lavori, alcuni richiami al cinema di Marco Ferreri. Si nota, ad esempio, da come vi ritorni sempre il cibo come elemento grottesco: anche ne ‘L’amore di un figlio’ c’è la madre che taglia la carne, elemento che diventa centrale come l’insalata di mare nell’altro corto.
Questo è un aspetto che approfondisco con te per la prima volta perché effettivamente all’inizio non ci avevo neanche fatto caso: posso dire che ancora devo elaborarlo completamente, però sono sicuro che un po’ c’entri la mia ossessione per il modo in cui il cibo è sempre elemento ambivalente. È nutrimento, ma basta un attimo cambiare il punto di vista e può diventare qualcosa di disgustoso. Ad esempio, quando l’androide di ‘Insalata di mare’ si sporca tutta la faccia di salsa di gamberi a me fa proprio schifo.
Senti, volevo tornare alla questione dei social e della tecnologia: secondo te visti gli ultimi sviluppi dell’intelligenza artificiale generativa è possibile immaginare, creare e consumare intrattenimento sessuale etico? Che rispetti il consenso e abbandoni la spettacolarizzazione?
In parte è possibile solo perché l’IA ha filtri: già adesso se usi certe parole non crea nulla. Però credo che non ci saranno cambiamenti fino a che non saremo noi umani ad elaborare questa cosa. Ci sono tantissime persone che non hanno ancora fatto i conti con la loro parte nascosta; tutti la abbiamo, con le nostre fantasie, desideri, parafilie, cose di cui magari ci vergogniamo. Però è il lavoro singolo e personale ad essere importante. Dovremmo alzare l’asticella sulle nostre barriere morali e sfatare molti tabù. Solo dopo l’intelligenza artificiale diventerà uno strumento: la sua vera forza è l’essere umano che gli dà l’input, lei non ha filtri morali, se non quelli che gli abbiamo dato noi.
In ‘By Sex’ ci sono molte scene di sesso esplicito: com’è stato lavorare con un intimacy coordinator?
È stata un’esperienza pazzesca. La nostra esperta era Micaela Ghiozzi, super professionale e con competenze mostruose: ogni singolo atto sessuale è stato deciso a tavolino fra me, lei e gli attori. Anche il modo in cui si davano i baci era preparato: fa capire quanto necessario sia il suo ruolo visto quanto difficili sono certe scene. È una figura che garantisce uno spazio di lavoro sano, con la quale dialogare sempre.

Tutti e tre i corti finiscono con canzoni che calzano a pennello: erano già state scelte in fase di scrittura o sono arrivate dopo?
Le avevo tutte già decise. Quella di ‘Insalata di mare’ è addirittura fatta con l’intelligenza artificiale: abbiamo scritto un testo e poi usato un software per musicarla in stile bossanova. Comunque sono tutte canzoni che avevano un messaggio coerente sia nella musica che nel testo, rispetto a ciò che volevo comunicare. ‘Mayonaise’ degli Smashing Pumpkins chiude ‘L’amore di un figlio’ e parla di come il cantante urli il suo bisogno di doversi liberare. Era l’urlo emotivo di cui aveva bisogno il protagonista alla fine. In ‘By Sex’ la musica ha invece funzione di commento critico e d’amplificazione del ridicolo. Anche in ‘Insalata di mare’ la chiusura musicale funge da critica.
Parliamo dell’aver diretto tuo padre, Gabriele Cirilli, in ‘L’amore di un figlio’: com’è stato?
L’argomento papà è sempre molto grande per me perché ha una maschera pubblica con cui dovrò sempre fare i conti. Poterlo dirigere è stato terapeutico, perché gli voglio un bene dell’anima e al contempo mi ha permesso di affrontare di petto la relazione coi miei genitori, che per certi versi è simile a quella dei personaggi del corto. In più, mi ha aiutato ad accettare la sua figura come personaggio pubblico. Ho sempre visto con diffidenza il suo lavoro, possiamo dire che l’ho anche odiato, perché ci toglieva molta privacy e perché mi costringeva a confrontarmi con la sua ombra. Sono suo figlio ma sono anche Mattia. Il fatto che lui si sia fatto dirigere e abbia creduto nel progetto mi fa capire che questo percorso lo stiamo facendo insieme.
Torneresti a lavorare con lui?
Certo. Anzi ti svelo un mio sogno: mi piacerebbe dargli la possibilità che il cinema non gli ha dato. Il ruolo drammatico. Lui nasce come attore, ha fatto tante cose a teatro anche drammatiche: poi per campare si è dovuto sacrificare a cose che forse non rendono pienamente soddisfatto nemmeno lui. Gli sarebbe piaciuto approfondire la sua professione per fare effettivamente quello che aveva studiato. Il problema grosso è che in Italia è difficile separare la persona dalla maschera, siamo compartimentalizzati.

Per concludere, quale sarà il terzo capitolo della trilogia?
Sto scrivendo la sceneggiatura lavorando sempre sugli stessi temi degli altri due: mi sono fatto ispirare in particolare da certi reel di coppia sui social. Fanno challange di fedeltà e trend non come strumento di spettacolo ma come strumento di autoanalisi: siccome non riescono a dialogare utilizzano il trend per svelare i loro problemi di relazione. Questa dinamica mi inquieta profondamente.
Altro da aggiungere?
A dir la verità sì. Ho proposto ‘By Sex’ a diverse distribuzioni, ora ho trovato sia in Italia che all’estero, ma moltissime hanno rifiutato: la motivazione è sempre stata che “è troppo spinto”. Dopo Gaspar Noé e tanti altri autori che hanno sdoganato temi difficili noi siamo ancora a interrogarci su cosa è “troppo spinto”!
Mi permetto di sottolineare che tra l’altro il cinema spinto lo abbiamo inventato noi italiani: Wertmuller, Cavani, Pasolini…
Ho riscoperto di recente gli anni Settanta italiani come un decennio pazzesco, da Petri ad appunto la Wertmuller. È fuori di testa quanto questi autori siano ignorati in Italia, come se li avessimo rimossi. Anche le istituzioni di studio, persino le università, non dedicano sufficiente attenzione alla nostra storia cinematografica: è assurdo.





