Niccolò Donatini in conversazione con Not Yet

Il regista racconta il suo percorso nel mondo del cinema: dall’ispirazione autobiografica della campagna toscana, ai primi corti, fino ad arrivare alla fondazione dell’Anpi Londa Film Festival e al suo documentario lungometraggio ‘The Lobster (working title)’

Io sono consapevole della caducità di me e del mondo e come non eroe voglio stare al gioco, nonostante il rischio della caduta”. Niccolò Donatini, giovane regista, classe 1998, esprime con queste parole la sua idea di cinema e di umanità. 

Attento alla dimensione autobiografica e sociale, nel 2022 realizza ‘La Lastra’, un cortometraggio intimo sulla scoperta dell’identità e della sessualità. Nel 2023 fonda l’Anpi Londa Film Festival, dedicato a Resistenza e diritti umani. Con ‘The Lobster (working title)’ debutta nel lungometraggio raccontando l’artista Jacopo Benassi e offrendo un ritratto originale sul significato del vivere d’arte oggi.

Niccolò Donatini

Attraverso il suo fare umile, ci porta nel suo immaginario artistico costruito da quelli che lui chiama  i “non-eroi”. Il suo è un cinema dal forte intento politico e capace di veicolare potenti messaggi sociali, ma è anche una dimensione in cui si riconosce la bellezza delle cose semplici, quelle che contano davvero, come lui stesso ci narrerà. 

Niccolò, nonostante la tua giovane età, hai realizzato numerosi progetti interessanti. Ti andrebbe di raccontarci com’è nata la tua passione per il cinema?

L’origine di questa mia passione è vasta. Prima di tutto sono nato in una famiglia di artisti: mio padre ha fatto il direttore di allestimenti in teatro, mia madre invece è un’attrice comica. I miei genitori erano spesso fuori per motivi lavorativi, alle volte stavano lontani da casa anche mesi, quindi la videocassetta, in quei momenti, era per me come un amico vero e proprio. Un altro elemento determinante è stato sicuramente crescere in mezzo alla campagna, un luogo che ha sempre sollecitato la mia creatività. Ricordo che utilizzavo spesso carta, costruivo delle casette di legno, alle volte, semplicemente con la mia fantasia, immaginavo dei mondi paralleli. Ricordo che, quando venivano i miei amici a casa, preparavo una lista di cose da poter fare, loro sceglievano in totale libertà l’attività. Avevo già da allora la stoffa del regista, dando loro delle opzioni dove i miei amici potessero muoversi, con il fine di creare qualcosa di bello. 

È stato però durante il liceo che ho capito che ero spinto verso una strada umanistica. Io ho frequentato il liceo scientifico, ma a differenza di altri miei compagni, che come tesina finale hanno parlato di legami ionici equivalenti, io ho esposto le mie riflessioni sul film muto ‘Metropolis’ di Fritz Lang: è stato il primo film che mi ha colpito. Mi aveva subito entusiasmato l’effetto Schufftan, nel quale si usa dipingere il fondale e successivamente inserire gli attori attraverso un riflesso su uno specchio. Questa esperienza mi ha portato quindi a una profonda riflessione, mi ha spinto a scegliere come strada il cinema. Infatti mi sono iscritto all’università Iulm a Milano. Lì ho avuto la possibilità di conoscere grandi maestri, che sono stati per il mio percorso di artista essenziali. Gianni Canova ha confermato il mio amore per il cinema, facendomi scoprire il mio secondo amore: Kubrick.  Maurizio Nichetti mi ha svelato invece una linea un po’ più ironica nei lavori. Michelangelo Frammartino mi ha reso consapevole dell’attesa, nel film. Andrea Caccia mi ha reso consapevole del mio sguardo documentarista. Sono grato del percorso che ho fatto.

Quindi pensi che il tuo passato abbia influito sull’artista che sei oggi?

Il contesto in cui sono cresciuto ha stuzzicato in me, ogni giorno, la fantasia, facendomi leggere le cose in modo vario. Questa campagna desolata, in mezzo al nulla, dove può comparire all’improvviso un mostro che si aggira sotto il parquet di camera tua, facendolo scricchiolare… In realtà poi però è il gatto, che cammina tranquillo, niente mostri o creature strane! Questa atmosfera, un po’ thriller, penso abbia influito molto, nel voler cercare nelle immagini questo mio vissuto. 

Nel 2021 hai realizzato il tuo primo cortometraggio, ‘Cecità’, scelta coraggiosa visto il bestseller di José Saramago… Cosa ti ha guidato in questa scelta?

Questo è stato per me un film accademico, realizzato in un corso di cinema di Gianni Canova. Dovevamo scegliere un libro da mettere in scena e io ho scelto ‘Cecità’ di Saramago perché mi piaceva particolarmente. È stato il primo cortometraggio, ma è stato più un lavoro accademico, piacevole, ma comunque legato all’esperienza scolastica. 

Nel 2022 invece hai realizzato il tuo secondo cortometraggio, ‘La Lastra’. Ti senti più legato a questo progetto? Il corto narra di un amore adolescenziale: c’è qualcosa  di autobiografico? 

Sì, ‘La Lastra’ è un progetto totalmente diverso. L’ho vissuto di più come una scelta, è ambientato nel luogo in cui sono cresciuto.

Quindi sì, c’è molto di me in questo cortometraggio. In questo film ho voluto mettere in scena dei rapporti sessuali preadolescenziali, basandomi su una esperienza personale. A quell’età era normale scoprirmi in diverse forme, sia attraverso il rapporto con il femminile, sia attraverso coetanei del mio stesso sesso. Fa parte tutto della ricerca del sé, credo.

Cosa credi che sia quindi l’amore?

Ad oggi posso affermare che l’amore forse mi fa un po’ paura, mi spiego.

Ne ‘La Lastra’, per esempio, avevo rappresentato l’amore attraverso un cervo che urla e insegue il personaggio nel bosco, un totem che s’incontra all’inizio e alla fine. Il cervo quando è in calore, emette un urlo molto forte, viscerale, sembra quasi più un grido di morte che d’amore. Per me è un po’ questo: è un aspetto della vita molto bello, però altrettanto traumatico, viscerale, proprio come l’urlo d’amore del cervo. L’amore vero ti trasforma, porta a un netto cambiamento del sé.

A volte si può credere che un artista ami in modo diverso. In questo momento della tua vita, senti di essere più colui che riceve l’amore, cioè che è amato, o colui che è capace di donare l’amore? O forse sei riuscito a trovare un buon equilibrio tra queste due tensioni?

Quando entro in relazione, sono sempre molto entusiasta: quando trovo un amore, mi sembra di aver trovato un parco giochi. Mi piace vivere le relazioni a capofitto, sono molto sentimentale. Tutti i giochetti, che si usano per rallentare o cose simili, non mi piacciono per niente, io mi butto, mi piace la spontaneità. 

Un rapporto per me deve essere di scoperta. Devi esserci una buona comunicazione. Anche l’ultimo progetto che ho fatto con Pedro Costa parla d’amore: quello tra padre e figlia. In quest’ultimo, un oggetto molto importante è la pignatta, che è simbolo del Messico e racchiude tutti i segreti che ci sono fra di loro.

Per me quindi il nucleo molto forte dell’amore oggi sta nel modo in cui si comunicano le cose, in cui si parla, le parole che si scelgono.

Nel 2023 hai fondato Anpi Londa Film Festival, una rassegna internazionale dedicata al cinema su Resistenza e diritti umani. Ti andrebbe di raccontarci com’è nata?

Anpi Londa Film Fest è un’iniziativa del mio paese a cui tengo molto. Nel tempo è diventata mia, è a cadenza biennale. È un festival che raccoglie molto cinema indipendente italiano e non, che come tema principale ha la Resistenza. Il tema dei diritti umani rappresenta l’altra faccia di ciò che faccio, quella parte che è più sociopolitica. Con questo festival ci domandiamo se esiste un cinema politico e quale forma oggi abbia. Questo lo sto facendo insieme ad Anpi, che è la realtà più storica sui temi della Resistenza. È un ambiente che mi piace molto, perché c’è un profondo scambio generazionale.

Noto con piacere che tutti i tuoi prodotti cinematografici hanno generalmente un’impronta sociale. Quale ambiente ti sta più a cuore e quale direzione vorresti indagare nel tempo?

Ultimamente sono diventato socio di Street cinema di Tekla Taidelli, con cui portiamo avanti un cinema dal basso. Abbiamo fatto, ad esempio, un corto tratto da William S. Burroughs recitato da dei tossicodipendenti della comunità Samen di Milano. Ogni Luglio, con lei, insegno alla Civica Luchino Visconti e portiamo i ragazzi a relazionarsi con queste realtà. Siamo molto attivi su Roma e Milano, la vedo come una vera forma di attivismo culturale. Per farti altri esempi, un mio progetto che ho a cuore è ‘Aeolus’, un lavoro sull’incendio di Stromboli del 2022 che fu provocato da una fiction televisiva. Mi piace occuparmi di ingiustizie, di crimini politici sull’ambiente e sulle persone.

‘The lobster (working title)’ è il tuo primo documentario e lungometraggio, ti va di parlarci di questa esperienza creativa?

Siamo in fase di montaggio proprio ora. Questo progetto, in cui parlo della figura di Jacopo Benassi – l’artista forse più in voga della scena underground italiana – è prodotto da una casa di produzione di Milano e scritto da Ernesto Giuntini. È un biopic su Jacopo e il suo lavoro come artista pluridisciplinare. Inizialmente il film si chiamava ‘Il vangelo di Jacopo secondo Benassi’, perché sin da subito il suo gesto artistico si è mostrato come un atto eucaristico del suo corpo come artista. Lo abbiamo visto prima in stampelle, poi mangiarsi l’anima. Uno studio abbellito di cose sue appese con i chiodi; vi è molto materiale forte. Si alterna a questo suo lato un po’ macabro, una sua parte più tenera, dolce. Questo biopic quindi non è il classico ritratto dell’artista, il mio intento è quello di far capire il più possibile cosa significhi vivere d’arte oggi, però come se si trattasse di un ingegnere o di un fabbro.

Hai in mente nuovi progetti? 

Sì, in primis c’è ‘Lobster’ di cui abbiamo appena parlato, che uscirà nel 2026. Nel frattempo sto provando a far girare un soggetto di fiction tra le mani dei primi produttori, non mi era mai capitato. Sto scrivendo il soggetto insieme ad Ernesto, sono molto entusiasta, perché c’è la volontà di fare una cosa un po’ alla ‘Still life’, un film che parla della forza di noi esseri umani di conciliare la natura umana con la tecnologia… E questo metraggio, a cui stiamo lavorando, sappiamo già che parlerà di un trentenne che lavora anche da morto, non ti dico altro. Ultimamente, invece, sto concludendo un cortometraggio con Celeste Dalla Porta e Valentina Romani sulla parentesi di vita dei trent’anni. A settembre, invece, ho intenzione di mettere in scena un mito ai tempi nostri, lo girerò a Siracusa con un’organizzazione chiamata Terre di Cinema.

Nei tuoi film l’individuo appare fragile e in balia degli eventi, tu come ti descrivi?

Tragico e in balia degli eventi (sorride). Diciamo che mi piace rompere questo falso paradigma dell’eroe o dell’antieroe. Se prima c’era l’eroe, poi è arrivato l’antieroe, fino a ‘Joker’ o ‘Avatar’, per me  invece esiste il “non-eroe”. Siamo cresciuti con questa idea malsana del successo, che molto spesso poi risulta fallimentare. Io credo che il massimo sia riuscire a fare ciò che piace, che questa sia l’ambizione più grande. Il non-eroe ha proprio questo compito: far comprendere che è questa la cosa importante. Come lo fa? Andando al lavoro senza benzina, oppure mostrando che è a disagio sul tram, o che fa fatica ad amare qualcuno. Io sono consapevole della caducità mia e del mondo, e non-eroe voglio stare al gioco, nonostante il rischio della caduta. 

Cosa desideri faccia parte del tuo destino?

Il non-eroe non si proietta molto nel futuro…(sorride). 

Sicuramente non deve mai mancare il lavoro artistico con gli altri, creare rapporti di lavoro e aprirsi a relazioni d’amicizia professionale forti. Poi vorrei che vi fosse tanta politica, prodotti che possano dunque leggere l’oggi, o meglio tentare. Invece se parliamo di concretezza, non deve mancare nel mio futuro una casa in campagna, quella la tengo lì, custodita. 

Salvador Dalì sosteneva che “l’intelligenza senza ambizione è come un uccello senza ali”, ritieni di essere una persona ambiziosa? Quali sono le tue ali?

Mi ritengo sicuramente una persona incredibilmente ambiziosa, è ciò che mi spinge tutti i giorni come un treno a fare tutto quello che faccio, nonostante non sia facile intraprendere la carriera da regista. Sento che la strada davanti a me è infinita e mi piace molto questa sensazione, perché ogni piccolo passo che faccio nella mia carriera, lo riconosco e mi gratifica. Questa ambizione credo sia legata al riuscire a buttarmi in certe dinamiche, è tutto legato alla forte curiosità che ho. Poi devo ammettere che mi piace mettermi a disagio. Le ali invece, credo siano questo “fare artigianale”, il fatto di non identificarmi con uno stile, voglio sperimentare tutto, perchè seguire le big production mi limiterebbe moltissimo. 

Se dovessi fare un augurio a chi ci legge, che desidera intraprendere un percorso simile al tuo, cosa gli consiglieresti? 

Pecco di una strana umiltà, per cui non mi sento di dare molti consigli. Non mi sento molto un consigliere, piuttosto un suggeritore – che potrei ascoltare anche io – secondo il quale è fondamentale cercare nuovi linguaggi. Se vuoi fare il regista non puoi sperare in qualcosa che cada dall’alto all’improvviso, ma devi agire, perché solo confrontandosi con le difficoltà del mettere in scena le tue idee e di proporle agli altri, si può scoprire come è bello coinvolgere il prossimo in qualcosa che ti appassiona.


Diletta Mazzitelli, nata a Modena, è laureata in Comunicazione e media contemporanei per le industrie creative alla facoltà di Parma. Laureanda in linguistica generale, lavora nel campo dell’educazione negli istituti secondari di secondo grado. Segue laboratori teatrali come attrice, e coltiva le altre passioni in cinema, scrittura e canto. Collabora saltuariamente come redattrice di contenuti editoriali e digitali per un’agenzia di comunicazione e come giornalista per Not Yet Magazine. Il suo più grande sogno è quello di raccontare storie che appassionino tanto da emozionare chi legge, facendo vibrare le corde più intime dell’anima.

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