In dialogo con Mauro Zingarelli, divulgatore e cineasta
Il regista si racconta a Not Yet ripercorrendo le sue esperienze e condividendo la sua visione del cinema contemporaneo
Mauro Zingarelli è quel tipo di artista che sa andare oltre, non nel senso che trascende sempre una regola ma che sa dove e come cercare la chiave per aprire porte nascoste, accessi verso dimensioni altre. E nel farlo si assume le sue responsabilità, ammaliando e, soprattutto, sensibilizzando la sua audience.
Nato a Foggia ma ormai stabile a Roma da anni, Mauro Zingarelli ha già all’attivo una lunga esperienza dietro la macchina da presa. Nel corso della sua carriera ha infatti stretto una collaborazione fruttuosa con la produzione indipendente Slim Dogs, per la quale ha diretto vari progetti, tra cui i programmi tv del canale DMAX ‘Micromostri’ e ‘72 Animali Pericolosi’ con il noto divulgatore scientifico Barbascura X. E sempre con la Slim Dogs ha realizzato nel 2021 il suo primo cortometraggio ‘Nostos’, presentato in concorso alla Settimana Internazionale della Critica della 79° Mostra del Cinema di Venezia.
<< Al di là dello stordimento e della gratitudine, questa esperienza mi ha dato sicuramente tanta speranza, perché è stato un segno di come ci si possa muovere all’interno del “sistema” senza compromettere la visione mia e di tutti gli straordinari professionisti che hanno lavorato a Nostos. Noi abbiamo fatto una cosa che ci piaceva senza pensare ai festival e alla fine ci hanno preso in concorso a Venezia. Jackpot! >>
Ma la sua professionalità artistica non si limita a questo, perché Mauro Zingarelli è noto presso il grande pubblico anche per l’attività di divulgazione legata sempre al mondo del cinema e della televisione. Infatti, sia sui social che su YouTube, Mauro si diletta ormai da parecchio tempo a regalarci emozioni che sanno andare oltre quello che apparentemente ci regalano i film sul grande schermo. Che cosa si nasconde dietro certe immagini? Come è stato possibile dare vita a momenti iconici di film che hanno poi avuto un successo planetario? A queste e ad altre domande Mauro ci dà sempre una risposta originale, spettacolare e mai scontata. Ma approfondiamo questo aspetto, che appartiene a pochi cineasti, dialogando direttamente con il protagonista di questo articolo.


Raccontare l’audiovisivo oggi significa confrontarsi con un pubblico abituato a mille stimoli visivi. Qual è, per te, l’ingrediente che non può mancare per rendere una narrazione davvero magnetica?
Sarà banale, ma avere effettivamente qualcosa di interessante da dire è essenziale. Ormai viviamo in un contesto social in cui si ha l’impressione che dire costantemente qualcosa sia più importante di avere qualcosa da dire. Ma non è così. Ovviamente non nego che la presenza costante sia purtroppo una necessità imposta dall’algoritmo ma se ci si limita semplicemente a ripetere quello che hanno già detto tutti gli altri si finisce in un mucchio di voci indistinguibili l’una dall’altra.
Nei tuoi retroscena su film e festival c’è sempre una componente di svelamento. Ti interessa più mostrare la macchina del cinema dall’interno o creare consapevolezza e sensibilità nello spettatore?
Mi interessa usare l’uno per arrivare all’altro. L’audiovisivo ha dei processi assurdi che sono per me interessantissimi a prescindere dal resto, ma inevitabilmente venire a conoscenza di quanto sia complicato realizzare 10 secondi di un film che hai visto porterà ad analizzarlo con un occhio diverso e, magari, un po’ meno superficiale.
Nei tuoi lavori sembra esserci sempre una tensione verso l’esperienza immersiva. Che ruolo assegni allo spettatore: testimone, complice o addirittura co-protagonista delle tue storie?
Povero astante costretto ad ascoltarmi! Scherzi a parte, io nella vita reale tendo a fare la stessa cosa ovvero riempire di aneddoti chiunque mi circondi. Quando lo faccio sui social cerco semplicemente di replicare la cosa su larga scala, una grossa comitiva a cui sto raccontando una storia per rendere più interessante quella serata.


La grande affabilità di Mauro è certamente una qualità che un bravo artista e divulgatore deve avere per conquistarsi attenzioni sempre più fragili e frammentarie. Mentre avere qualcosa da dire resta il segreto che rende una voce unica, mai banale in un panorama dove l’algoritmo allinea “democraticamente” le voci più disparate. Ma per quanto concerne l’aspetto autoriale del profilo di Zingarelli – quello che lo porta a cimentarsi come regista – le dichiarazioni si fanno alle volte, giustamente, più severe, ma mai prive di speranza. Si può infatti cogliere in Mauro Zingarelli una consapevolezza e una criticità che spesso e volentieri si distaccano dall’opinione comune.
Se parliamo di essere un giovane regista oggi in Italia, qual è la sfida più difficile? Farsi ascoltare, trovare i mezzi, o difendere la propria visione?
Facciamo un misto di tutti e tre? Bisogna trovare i mezzi in un mercato sempre più diffidente nei confronti delle novità e che cerca di replicare solo cose che sono già state fatte. Quindi la parte più difficile rimane proporre qualcosa che sembri già vista in modo che venga finanziata, ma che in realtà vada in una direzione nuova. E cercare di non finire poi nella trappola, ossia a fare poi per davvero l’ennesima cosa che tutti hanno già visto.
Ormai si parla molto di un cinema che rischia di perdere fascino di fronte a piattaforme e serie. Tu come lo vedi: il cinema è in crisi o sta solo cambiando pelle?
C’è una cosa che si dice spesso, ovvero che il cinema è sempre stato in crisi fin da quando è nato. Con l’avvento della tv, di internet e ora delle piattaforme. Per me però “cinema” è un modo un po’ riduttivo di riferirsi a tutto questo, perché lo lega esclusivamente a un luogo in cui deve essere fruito e nient’altro. Non mi fraintendete, la sala è un’esperienza incredibile e la adoro ma alla fine la cosa che conta sono le storie e io stesso mi sono appassionato a quest’arte guardando VHS di dubbia resa visiva. Concentriamoci sulle storie, perché se quelle rimangono incredibili allora il luogo dove poi le vedremo riprodotte sarà secondario.
Da autore ti sei misurato con i generi in un Paese che fatica a riconoscerne il valore. Che cosa ti affascina del cinema di genere e come immagini un “genere italiano” capace di parlare al mondo?
Il genere mi affascina perché ti porta in mondi e in situazioni che raramente si trovano nella vita reale, che sia la terra di mezzo o un hotel in cui possono entrare solo sicari. Il genere “italiano” capace di parlare al mondo purtroppo lo avremo solo quando smetteremo di comportarci come se il cinema di genere fosse qualcosa che va elevato perché non abbastanza d’autore e inizieremo a trattarlo divertendoci, senza aver paura di fare un film “troppo horror” o “troppo d’azione” per essere fatto in Italia.

Quindi, se pensi al futuro: quale storia sogni di raccontare e quale sfida vorresti affrontare come cineasta?
Le storie che ho in mente sono mille, così come le sfide che sento di voler prendere di petto. Ma quella che le racchiude tutte è far parte di un’industria cinematografica italiana che sia di nuovo in grado di esportare il proprio cinema di genere al livello internazionale.
La testimonianza di Mauro è di grande importanza se si pensa a quanto sia fragile e cangiante il panorama audiovisivo di oggi, in un momento storico che vede traballare anche i più certi e sedimentati studios statunitensi, osteggiati in parte dai lavoratori e dai recenti, terribili disastri ambientali e in parte dalla nascita di realtà filmiche sempre più autocoscienti, distanti da modelli consolidati e pronte a darsi battaglia sul terreno delle novità. In questo contesto la sua esperienza diventa una guida essenziale per imparare ad autodeterminarsi senza mai perdere di vista l’aspetto creativo e sensibile di uno dei settori lavorativi più forti e contemporaneamente rischiosi. C’è ancora spazio per una voce nuova, fresca e con una storia da raccontare?




