HOUSE OF VIVE: THE MANIFESTO

Estetica e identità verso un club di espressione consapevole

Nel 2017, tra le mura del Cassero LGBTQIA+ Center di Bologna, nasce quasi per caso WEPLAY.

Una serata universitaria infrasettimanale nata per riempire uno spazio vuoto in programmazione e diventato presto un momento di spensieratezza totale.

Estetica pop-trash, immaginario millennial importato dai film americani, leggerezza e nessuna pretesa di profondità.

Un luogo dove non prendersi troppo sul serio: era la regola, non l’eccezione.

<< Eravamo bariste del locale che hanno risposto ad un annuncio, muovendo i primi passi nel mondo del clubbing, che ci era ancora del tutto estraneo. Tutto quello che siamo oggi lo abbiamo imparato mettendoci in gioco, in totale self-made, lasciandoci contaminare dalle persone incontrate lungo il nostro percorso >>

Eppure, nel giro di pochi anni, quel gioco si è trasformato in qualcosa di radicalmente diverso. Fino al 2019 WEPLAY consolida il proprio pubblico, cresce, si sposta anche fuori Bologna. Poi il 2020 interrompe tutto. Il lockdown spegne le luci e costringe il collettivo a fermarsi. In quella sospensione emerge un disincanto: il modo di guardare il clubbing cambia, così come muta il modo di stare al mondo.

Diventa evidente la necessità di creare uno spazio che non sia solo intrattenimento ma rappresentazione reale di una comunità queer che non si riconosce più nei circuiti commerciali e nei party standardizzati. Un safer space costruito attraverso relazioni, ascolto e libertà espressiva.

La pista diventa atto di presenza e resistenza, soprattutto in un contesto sociale sempre più ostile fuori dalle porte del locale. Anche il suono evolve. Dall’energia immediata dell’EDM si passa, grazie all’incontro tra odioeffe e Mads, a territori più complessi: Tech House, b-side ricercate, melodie pop stravolte. La console diventa responsabilità. Educare l’orecchio del pubblico, rischiare l’incomprensione, rifiutare i trend facili. Non assecondare il mercato ma costruire un linguaggio. 

È nei camerini degli eventi – mentre fuori si parla di crisi del clubbing e calo delle presenze – che prende forma una nuova casa:

<< Vedevamo una piccola house che stava nascendo, la nostra factory SIAMOTUTTEVIVE, progetto inizialmente partito come format whatsindisetheback, in cui raccontavamo tramite shooting fotografici e non, la nostra visione della comunità LGBTQIA+, con un’estetica del tutto punk, cruda, che voleva dare fastidio >>

Il party House of Vive nasce come proprio racconto di crescita, di questo collettivo che si era appena formato e diventa il racconto di questa trasformazione.

L’immaginario è quello che definiscono “vomito rosa”: un universo millennial cresciuto tra le Plastics di Mean Girls, le narrazioni adolescenziali passate su Disney Channel e le iconografie pop che hanno segnato un’intera generazione. Ma non si tratta di nostalgia passiva. È una nostalgia attiva, provocatoria, che usa il cattivo gusto come linguaggio politico. Il percorso si sviluppa come un unico grande racconto di crescita e rottura. Il ritorno a casa dopo la pausa forzata diventa il sogno di un club utopico dove pop e hyperpop possano convivere senza gerarchie.

La fragilità viene rivendicata apertamente, con la salute mentale messa al centro della narrazione, ispirandosi alle atmosfere sospese di ‘Il giardino delle vergini suicide’. La noia si trasforma in caos collettivo, in un’estetica della distruzione che richiama l’eccesso e la teatralità di Party Monster, rompendo deliberatamente le regole visive e promozionali del clubbing tradizionale.

Poi arriva il momento del coming out identitario: una dichiarazione estetica “2000 approved”, un ritorno simbolico a quell’immaginario pop estremo e mediatico che smette di chiedere approvazione per concentrarsi solo sulla propria verità.

Il gesto finale è simbolico e necessario: bruciare il passato, dire addio al nome WEPLAY e rinascere come House of Vive. Non un semplice rebranding, ma l’accettazione di essere esseri mutevoli, disincantati, disintegrati, sfasciati e comunque vivi.

Oggi House of Vive non ha una residenza fissa. In un momento di crisi strutturale del clubbing italiano, la scelta è quella del nomadismo e della rete: collaborazioni con collettivi queer tra i più fertili d’Italia, da Underdogs Creative a Firenze fino a BeQueer a Perugia e Masseria Wave a Lecce. Perché non sono le mura a fare uno spazio, ma le relazioni che lo attraversano. Non è una chiusura, ma un’uscita. “School is over, ci vediamo fuori”.


About Author /

Erika del Prete nasce a Foggia nel dicembre 1999. Diplomatasi nel 2018 al Liceo Artistico, attualmente vive a Napoli per conseguire la laurea in Fashion Design. Appassionata da sempre di tutto ciò che possa dare sfogo alle proprie emozioni, i suoi interessi spaziano dalla moda all'arte, sino al canto, la scrittura e molto altro. Con l'obiettivo di poter lasciare un segno nel prossimo, dal 2022 ha iniziato a scrivere per Not Yet Magazine.

Start typing and press Enter to search