Lights & Shadows

Ogni giorno attraversiamo spazi fatti di luce. È la luce del mattino che entra dalle finestre, quella che si riflette sulle superfici delle città, quella che lentamente cambia nel corso delle ore.

Senza accorgercene, impariamo fin da piccoli a orientarci dentro queste variazioni. La luce ci accompagna, definisce i luoghi, rende visibili le cose.

Accanto alla luce esistono però anche zone più quiete, meno illuminate, non necessariamente spazi oscuri o negativi, ma parti del mondo che restano un po’ più in disparte e non cercano di attirare l’attenzione. Zone dove lo sguardo rallenta, dove le forme diventano meno immediate, dove le cose possono essere osservate con maggiore calma.

Viviamo costantemente dentro questa alternanza. Ci sono momenti in cui tutto appare chiaro, definito, esposto, altri in cui invece preferiamo restare ai margini, prendere distanza e lasciare che le esperienze sedimentino.

Cover issue #11: Clara Pescrilli fotografata da Nausicaa Albanese per Not Yet Magazine.

Anche gli artisti lavorano spesso dentro questa dimensione. Quando raccontano il proprio lavoro condividono alcuni elementi essenziali: le origini, il percorso intrapreso, le tecniche o i materiali che utilizzano. Sono coordinate utili, che permettono di orientarsi e di immaginare da dove nasca una ricerca.

Eppure queste informazioni non esauriscono mai davvero il significato di un’opera. Molto di ciò che dà vita a un’immagine, una canzone, un abito o qualsiasi gesto creativo, rimane difficile da spiegare completamente perché nasce da processi lunghi e spesso invisibili, da osservazioni quotidiane, ricordi, incontri, domande che si accumulano nel tempo.

Prima che un lavoro diventi visibile attraversa quasi sempre una fase più raccolta – fatta di prove, ripensamenti, tentativi – in cui le idee cambiano direzione, mutano, a volte scompaiono per poi riemergere in forme diverse.

Quando l’opera arriva finalmente davanti al pubblico, ciò che vediamo è soltanto una parte di questo iter.

Forse è proprio questa dimensione a rendere l’arte così vicina all’esperienza umana: anche nelle nostre vite molte trasformazioni avvengono in modo discreto, lontano dagli sguardi. Cambiamo gradualmente, spesso senza accorgercene, attraverso piccoli passaggi che solo negli anni diventano evidenti.

Non tutto ha bisogno di essere immediatamente chiaro: alcune cose richiedono lentezza e uno spazio in cui possano maturare senza la pressione di dover essere spiegate o mostrate subito. In questo senso, le parti meno illuminate della nostra esperienza non sono vuoti da riempire, ma luoghi in cui qualcosa sta ancora prendendo forma.

Questo numero nasce dentro questa attenzione, come un invito a osservare i processi che spesso rimangono ai margini della visibilità.

Molti degli artisti presenti lavorano proprio su queste soglie: tra ciò che appare e ciò che resta appena sotto la superficie. Le loro opere non cercano sempre di dare risposte definitive. A volte preferiscono suggerire, aprire possibilità, lasciare che lo sguardo si muova in maniera riflessiva.

Ed è forse in questa disponibilità all’incertezza che si trova una delle qualità più preziose dell’arte: saper accogliere ciò che non è ancora completamente definito e lasciare spazio a ciò che sta cambiando. Guardare, in fondo, non significa soltanto riconoscere ciò che è già chiaro, ma anche imparare a sostare in quelle zone più tranquille dove le cose stanno ancora diventando.


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About Author /

Carlotta Barbari nasce a Modena nel febbraio 1996. Si laurea, nel 2018, in Lettere Moderne presso l'Università di Bologna e nel 2021 consegue la laurea magistrale in Italianistica. Ha una profonda passione per la letteratura, associata ad un’interesse per la psicanalisi e per le scienze linguistiche. In lei convive un’inclinazione personale e professionale volta alla ricerca di un contatto con le diversità culturali: prosegue dunque gli studi nell’ambito della glottodidattica e dell’insegnamento linguistico rivolto agli stranieri.

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