Alaska Vane: una musica essenziale ed esistenziale contro il rumore del presente
Le canzoni dell’artista non offrono risposte, ma abitano comodamente le domande fondamentali dell’individuo costituendo una liturgia laica della solitudine
Una voce nuda, messa al centro della ricerca – quasi terapeutica – di una forma più intima, delicata e silenziosa di bellezza. Una bellezza solida e per certi versi persino rassicurante di cui, oggi, abbiamo disperatamente bisogno. Una voce unica, quella di Alaska Vane, che canta e racconta storie di devozione, di rischio, di amori che lasciano il segno in un mondo instabile, provvisorio, “liquido” direbbe Bauman. Tutto è in movimento, ma resta in superficie. C’è il sapore di Kerouac, nei testi di Alaska, e di tutto l’universo Beat: la strada come rito, il viaggio come preghiera, la ricerca come necessità esistenziale. Non semplice romanticismo “on the road”, ma un’idea di libertà che comporta sempre una perdita, una scelta, una responsabilità.
Quasi riecheggiano, nella sua musica, i versi di ‘Song’ (1954) di Allen Ginsberg, uno fra i più grandi esponenti della Beat Generation:
“The weight of the world
– Allen Ginsburg in ‘Song’.
is love.
Under the burden
of solitude,
under the burden
of dissatisfaction“.

La fede e i valori giocano un ruolo sottile ma potente nel lavoro di Alaska. Piuttosto che offrire risposte, le sue canzoni abitano comodamente le domande: su Dio, sul destino, sull’amore, sulla colpa e sulla responsabilità personale.

Alaska Vane sembra affascinata dall’idea che la grazia possa convivere con il pericolo, che il sacro possa annidarsi nei luoghi imperfetti, e che la bellezza emerga proprio dove la fragilità è più evidente.
Se ne coglie l’eco ascoltando i versi di ‘Glistening’, uno dei suoi primi brani:
“Strip me of my skin, cover me in holy water
– Alaska Vane in ‘Glistening’.
I’ll do anything, can’t wear these stains any longer
I’ll submerge, hold my breath, ‘til the river fills my chest
Kill myself to live again, this time I’ll come up clean
I’ll be glistening“.
Alaska non tralascia i dettagli e dedica tanto tempo all’aspetto visivo del suo progetto quanto alla musica. E il riferimento si coglie ancora meglio nel video di ‘I’m not the one who kills you’: una ballata dal retrogusto slowcore.


Le sue canzoni, intime ma mai indulgenti, costruiscono un paesaggio sonoro in cui ogni silenzio ha la sua importanza. Musicalmente, il suo mondo si muove tra americana e slowcore, tra canto gregoriano e musica ambient. Un intreccio che potrebbe sembrare azzardato, ma che nelle sue mani diventa coerente: una liturgia laica della solitudine. Alaska Vane guarda a quegli artisti capaci di sfumare il confine tra mito e autobiografia, e si nutre di scrittori e registi che trattano il desiderio e l’isolamento con una forma di rispetto quasi sacrale. Parlare di Alaska Vane vuol dire parlare di folk dalla fisionomia essenziale.
“I wet my cheeks on your tears again
– Alaska Vane in ‘Good Girl’.
Said you wanted to own me
Crossed in your eyes, like they’re heaven-sent
Oh, isn’t it holy?“
In un panorama spesso dominato dal rumore, Vane sceglie l’ascolto. E nel farlo, costruisce uno spazio in cui vulnerabilità e rigore convivono, trasformando l’intimità in una forma di resistenza.





