Davide Bonetti: televisori retrò oltre la frenesia della quotidianità
In un presente ormai troppo rumoroso, l’attività creativa e multidisciplinare dell’artista umbro è un invito a sostare, rallentare, guardare e ascoltarsi davvero
Davide Bonetti non lavora per accumulo di linguaggi né per rispondere al mercato. Lavora per necessità interiore: capire cosa succede quando si mette mano alle cose. Nato ad Assisi e cresciuto in Umbria, tra silenzio e noia, sviluppa presto un rapporto diretto con gli oggetti. Smontare, osservare, provare a ricostruire: tutti modi concreti per entrare in relazione con il mondo.

Molto prima di immaginare la creatività come professione, Davide aveva già trovato nel “fare” il suo modo naturale di esistere. Anche oggi, tra musica, videomaking, installazioni analogiche e tecnologia retrò, il punto di partenza è sempre la curiosità. Una volta trovato un territorio stimolante, Bonetti ci entra completamente, senza preoccuparsi di confini disciplinari.
Per lui le discipline non sono compartimenti separati, ma percorsi paralleli che si intrecciano naturalmente. È per questo che preferisce definirsi un maker più che un artista: sperimenta, sbaglia, impara facendo. Il risultato è secondario rispetto al processo.


La musica è stato il suo primo vero punto di svolta. È attraverso quest’ultima che ha iniziato a comprendere quanto un linguaggio creativo possa aprire porte inaspettate, influenzare identità e mettere in connessione mondi diversi.
Il progetto ‘Lil Prince’, pubblicato nel 2020 sotto il nome d’arte di Lecronachedidave, ne è il più chiaro esempio. Spesso etichettato come hip-hop lo-fi, è una narrazione urban pop fatta di routine e quotidianità.
Testi e beat non cercano effetto, ma creano uno spazio sospeso, – si pensi a ‘Lost’ o ‘Principessa della 90’, – dove sentirsi parte di qualcosa significa anche sentirsi intrappolati. Viene quasi spontaneo fare un accenno al cinema indipendente di Jim Jarmusch, per la capacità che i due condividono di raccontare l’ordinario senza spettacolarizzarlo, lasciando che il tempo rallenti e siano le pause a parlare.


La stessa sospensione caratterizza le installazioni, spesso costruite con televisori e apparecchiature retrò, apparati che sembrano vivere una seconda vita tra memoria e presente.
Il tema centrale è il rapporto tra umano e tecnologia. E qui le influenze di Nam June Paik, Jack Harrison e Joshua Ellingson diventano evidenti. Da Paik prende l’idea che l’elettronica sia un linguaggio: ogni segnale, distorsione o schermo acceso può raccontare una storia e generare emozioni. Da Harrison eredita precisione e ritmo visivo anche con materiali semplici, mentre con Ellingson condivide l’interesse per microcosmi interattivi che si animano solo quando l’osservatore entra in gioco.
Bonetti rielabora queste influenze in maniera personale: i suoi televisori retrò e dispositivi analogici non sono citazioni, ma strumenti di dialogo tra memoria e presente, nostalgia e novità.


In un presente rumoroso e frenetico, il suo intento è creare luoghi in cui è possibile rallentare, osservare e ascoltarsi davvero. Davide lavora attraversando il tempo, recuperando linguaggi dimenticati e riassemblandoli in forme nuove. La formazione di Bonetti non è accademica: è un autodidatta. Esperienza diretta, quindi, e learning by doing. È questo il motivo per cui nei suoi progetti la multidisciplinarietà è conseguenza, non strategia.


Guardando al futuro, Bonetti vuole ampliare la ricerca installativa, approfondire il dialogo tra suono e immagine, creare occasioni di incontro e costruire comunità. Il suo lavoro non offre risposte definitive, ma dispositivi aperti, spazi in cui umano e tecnologico si confondono, si parlano, si riconoscono.
Tutto parte dalla curiosità: quella che spinge a smontare un oggetto per capire come funziona. E mentre lo fai, scopri una nuova parte di te.





